Il direttore del carcere di Gorgona: finire qui non conviene più né ai detenuti né ai poliziotti
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Il direttore del carcere di Gorgona: finire qui non conviene più né ai detenuti né ai poliziotti  

15/04/2019 


Il direttore Carlo Mazzerbo: "Il nostro idealismo? Sconfitto da lassismo e burocrazia". Pochi fondi, meno lavoro, più detenuti. Così va in crisi la colonia penale nata 150 anni fa sull'isolotto toscano. Era un modello. Adesso rischia di diventare peggio di una galera.

Z. è un ex ufficiale dell'esercito russo. È accusato di omicidio. Uscirà nel 2033. Quando può lavora in falegnameria. Ed è particolarmente bravo. Si lamenta: "Qui non ci voglio più stare". Dice che non gli pagano tutte le ore lavorate. "Meglio tornare in carcere. Anche duro".

B., dodici anni nella legione straniera. Anche lui ha un appuntamento con il 2033, data del suo fine pena. Sconta condanne per violazione della legge sulle armi e molti altri reati. Ma preferisce non parlarne. Non si lamenta. Sa aspettare. Fa della pazienza la sua via di fuga.

Quando G. è arrivato, molti operatori hanno cercato di aiutarlo. Vedovo con due figlie da crescere... È stato lui ad uccidere la moglie. C'è un uomo che abita in mezzo al mare. Misura il tempo in miglia marine (18, l'equivalente dei 34 chilometri, che si percorrono in 40 minuti, ma dipende dalle condizioni atmosferiche) e le vite degli altri seguendo il ritmo lento delle stagioni.

Inverni interminabili e freddi, estati estenuanti per il caldo e l'umidità. La vita è così sull'isola di Gorgona nell'Arcipelago Toscano, dove nei giorni di grazia si scorge la linea di costa di Livorno. Da lì partono e tornano le motovedette della polizia penitenziaria. L'unico collegamento con questi tre chilometri di lunghezza per due di larghezza.

Due sono anche i viaggi al giorno: al mattino e al pomeriggio. Dal mare si posso apprezzare i 225 metri di altitudine che nascondono le bellezze di questo ecosistema con il nulla intorno. Un solo residente stanziale: Luisa Citti, 92 anni, che qui ci è nata. Gli altri 20-25 che risultano sono ciò che resta della storia: nuclei familiari che conservano, con concessione demaniale, l'uso delle case appartenute alla loro famiglia per generazioni, abitate per brevi periodi all'anno, soprattutto in estate. Fine: non c'è un bar, un negozio, un ufficio postale.

Solo un presidio medico (aperto in base alle esigenze) e una chiesa dove si dice messa la domenica alle 11. Benvenuti nell'ultima isola colonia penale d'Italia, che compie 150 anni. Lo divenne ufficialmente nel 1869. Da qui non si scappa. Si lavora e si produce, almeno secondo le intenzioni.

È il piccolo mondo di Carlo Mazzerbo e delle sue 26 guardie penitenziarie, che controllano i 96 detenuti che scontano in questa presunta oasi gli ultimi anni di (fine) pena. Mazzerbo ci è tornato dopo esserne stato responsabile dal 1989 al 2004, e poi dal 2008 al 2010. In mezzo gli incarichi ricoperti a Porto Azzurro, Massa Marittima.

Ma Gorgona ritorna sempre. Oggi Mazzerbo è direttore della casa circondariale di Livorno di cui l'isola è una sezione distaccata: è considerata un modello detentivo e ad esso lui ha legato il suo nome. L'unità di misura della gioia è il mare calmo che consente sbarchi regolari ai familiari dei detenuti e agli approvvigionamenti.

L'isolamento è contemplato (sempre) e costa. In termini economici (il gasolio, la manutenzione delle strutture abitative) e di sopravvivenza. Mazzerbo sorride: "Noi un modello?", e parla sempre al plurale: "Abbiamo solo applicato quello che la legge prevede. Niente di più. È ciò che chiamiamo recupero".

Ma non è stato sempre così. Quel modello va in crisi nel 2004, l'Annus Horribilis: due omicidi infrangono il mito. Forse Gorgona non è proprio un esempio di regime detentivo alternativo. "Bisogna prendersi dei rischi" spiega Mazzerbo.

"E avere il coraggio di porsi una domanda: che me ne faccio di un buon detenuto, se poi torna a essere un pessimo cittadino?". Di certo non sembrano aiutare tempi come questi, dove il buonismo suona come una bestemmia quando lo si coniuga all'idea di sicurezza. Non le sembra un ragionamento un po' azzardato? "Va di moda il concetto che ai detenuti non spetti nulla più del vitto e dell'alloggio. Bisogna buttar via la chiave. Problema risolto. Il nostro difetto? Siamo idealisti frenati dal lassismo e dalla burocrazia".

E il modello di carcere buono lo diventa sempre meno. Lo sbarco è alle 9.30: sul molo la garitta assicura i controlli. Sull'imbarcazione c'è un detenuto che torna da un permesso; con lui, un nuovo arrivo dal carcere di Livorno. Il punto di raccordo è lo spaccio, una terrazza vista mare dove gli agenti trascorrono la maggior parte del tempo quando non sono di turno. Qui tutto è diverso. Bisogna fare l'abitudine non ai rumori, ma ai suoni.

Il vento, la risacca, il frastuono provocato dallo stridio dei gabbiani interrotto solo dai motori dei trattori guidati dai detenuti che arrancano su sentieri dissestati a precipizio sul mare che portano nelle aree-lavoro dislocate lungo l'isola. In alto c'è l'azienda agricola dove si producono formaggi, ricotta e ortaggi. Ancora più su ci sono le stalle con gli animali da accudire. A Gorgona si comincia presto: alle 5.30 del mattino. Una pausa a mezzogiorno per il pasto da consumare in mensa. Poi di nuovo al lavoro fino alle 16.

"La vocazione di Gorgona è stata sempre quella di permettere di lavorare", sostiene Mazzerbo, "nessuno deve starsene in disparte. Ma i fondi sono ormai insufficienti e cresce il malcontento. D'altronde la possibilità di guadagnare qualcosa da mandare magari a casa costituisce pur sempre un incentivo. Se viene a mancare anche questo...".

Le aree dei detenuti sono delimitate e i controlli rappresentano una sorta di patto non scritto. Un reciproco rispetto per evitare guai. È il modo con cui le guardie penitenziarie mantengono l'ordine a dispetto di un organico piuttosto modesto. I detenuti sono aumentati, mentre parte del personale è andato in pensione o, trasferito, e non è stato rimpiazzato.

"Fino al 2013 un agente poteva chiedere di prestare servizio sull'isola", racconta uno di loro, "in palio c'era la possibilità di vedersi riconosciuto un bonus di 4 punti aggiuntivi in graduatoria". Oggi non funziona più così. Il paradosso? Da meta desiderata, Gorgona è diventata un posto da cui tenersi alla larga. "E consideri anche la vita privata... Licenze brevi, magari una volta al mese, per raggiungere paesi in Campania o in Sardegna. È così che le famiglie si sfasciano".

Eppure qui i buoni (le guardie) e i cattivi (i reclusi) mischiano le rispettive esperienze. Studiare insieme per la licenza media, allestire una band musicale o un armo di canottaggio. È il "volto umano" della detenzione che ormai fa a pugni con la crisi. Un tempo i detenuti venivano scelti con grande attenzione: buone condizioni di salute, nessun legame con la criminalità organizzata, e un occhio alle competenze lavorative. Oggi c'è un po' di tutto: romeni, polacchi, tunisini che riproducono in piccolo la vita del clan.

"Senza lavoro, resta solo il tempo. Non passa mai" dice M., detenuto dell'area Articolo 21, un padiglione separato dove abitano i buoni che si autogestiscono, a cominciare dai pasti che si cucinano da soli. "Ce facímm' e fatt nuosr ma è dura. È vero, molti vorrebbero tornare in carcere perché hanno paura che a stà senza fa' niente a capa non l'aiuta...".

Perché Gorgona assomiglia a un videogioco che riproduce sempre lo stesso meccanismo. Giornate tutte uguali. Come le facce che si incontrano, i percorsi fatti migliaia di volte, i gesti sempre identici. A un certo punto finiscono anche le storie da raccontarsi.

L'unica cosa in cui si spera è andar via. Presto, prima che si può. Lo fanno anche i familiari dei reclusi che si imbarcano per tornare verso Livorno dopo la visita. E non si voltano a guardare il molo che si allontana. Proprio come ho fatto io.

Venerdì di Repubblica