Cento detenuti per riparare le buche: intesa tra DAP e Autostrade
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Cento detenuti per riparare le buche: intesa tra DAP e Autostrade  

30/07/2018 


Dopo giardini e parchi ora anche le buche. Una task force di cento detenuti a bassa pericolosità, con pene ridotte e ancora poco da scontare, si occuperà delle disastrate strade cittadine mentre i municipi arrancano in un piano di ripristino lontano dal regalare un asfalto senza fossi, avvallamenti, radici, sporgenti, bitume corroso o sfaldato.

Il piano di utilizzo dei reclusi è già pronto, manca solo l'ufficializzazione al ministero della Giustizia, ma è questione di ore. Accadrà alla firma del protocollo d'intesa tra il Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e l'Autostrade per l'Italia che renderà operativi i corsi di formazione. Si tratta di una preparazione intensiva della durata di due mesi che in autunno, già ai primi di ottobre, renderà operativi i nuovi manutentori. Autostrade ci mette l'esperienza, i mezzi, e l'asfalto "a caldo", sottolineano con una punta di malizia gli esperti, visto il flop delle colate a freddo, buone a dare l'illusione del rattoppo che va via alle prime piogge. E sempre Autostrade fornirà l'equipaggiamento per gli operai. Tute a prova di incidenti provocati dall'uso di materiale ad altissima temperatura.

Sarà poi l'amministrazione comunale di Roma a disporre di queste squadre, da utilizzare o in affiancamento alle ditte che si occupano già di alcuni tratti o per aggredire zone ancora non coperte dal servizio di manutenzione delle strade. Se il provvedimento non incontrerà ostacoli nella fase di esecuzione, il Campidoglio dovrebbe così disporre di cento uomini già addestrati e a costo zero per la manutenzione delle strade. Una sorta di assist giunto in pieno idillio istituzionale tra Raggi e governo nazionale ma che ha le premesse tutte durante il precedente governo. Fu con Andrea Orlando alla Giustizia che il Dap, allora guidato da Santi Consolo che è stato immaginato e si è realizzato il progetto giardini, pensando già alle strade.

Cambiati gli uomini, con Alfonso Bonafede in via Arenula e Francesco Basentini al Dap, il piano per l'utilizzo dei detenuti come operai è andato avanti senza interruzioni. Gli inconvenienti vengono semmai dall'impatto dei piani sulle incrostazioni degli uffici comunali. Il servizio Giardini, per esempio, digerì male l'arrivo dei reclusi giardinieri, pronto a mettere a nudo, inconsapevolmente, le inefficienze di un settore che al pari di quello delle manutenzioni stradali, è stato terreno di scorrerie per cooperative legate a doppio filo alla politica e alla malavita.

Per questo negli uffici del ministero, chi lavora al progetto di reimpiego dei detenuti con l'ambizione di realizzare "dal basso" una piccola rivoluzione nel sistema dell'espiazione della pena, fa i debiti scongiuri sul successo anche di questa iniziativa e resta nell'ombra. "Gli interessi in ballo sono tanti - spiegano senza svelarsi - "ché i personalismi in questo ambiente si pagano". "Andiamo a scardinare - proseguono un sistema consolidato: c'è chi lavora poco e non ha voglia che altri lo mettano a nudo. E c'è chi in passato ha lucrato con il sistema degli affidamenti esterni dei servizi".

Già perché non è solo questione di emergenza ma di ribaltamento di fronti. Qui non sono gli ex detenuti riuniti in cooperative finanziate a rimboccarsi le maniche, ma detenuti con la pena ancora da scontare, guidati dallo stesso ministero e dalle sue articolazioni a lavorare per il pubblico e praticamente senza costi aggiuntivi. A questo servono le convenzioni. Il servizio giardini, pur con qualche riluttanza, ha dovuto fornire alcuni mezzi più impegnativi come i decespugliatori, qui Autostrade metterà a disposizione la materia prima e i mezzi per il trasporto, oltre all'abbigliamento.

Il protocollo giardini è già stato esteso ad altre città e dopo Roma è stata già siglata un'intesa analoga anche a Palermo. Ora la capitale torna a fare da apripista in nome di un'emergenza che ha già valicato i confini di notorietà nazionale, autorizzando cronache e ironie anche dei media stranieri.

In via Arenula, pur con la cautela dei ministeriali, serpeggia un certo ottimismo che un po' se ne infischia delle convenienze della politica e un po' le sfida. "Qui - confidano - non si tratta solo di mettere al lavoro i detenuti che è già una cosa sacrosanta per stemperare le tensioni nelle carceri, ma immaginarsi un modello diverso. Far produrre i detenuti, formandoli, è dargli una possibilità. Soprattutto per chi ha da scontare ancora poco" . Lavori forzati? "Non è questo lo spirito. C'è una convenienza economica anche per loro. In futuro gli si potrebbero abbuonare le spese di giustizia che si dovrebbero esigere da tutti e che la gran parte non paga. Anche se trova un lavoro, preferisce restare in nero per evitare di restituire la retta della detenzione".

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