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Overdose nel carcere di Sollicciano: Ministero dovrà risarcire la famiglia della donna detenuta  

13/01/2019 


I giudici condannano il ministero: 675mila euro per non aver impedito lo spaccio fra le celle. Il ministero della Giustizia dovrà risarcire la famiglia di una detenuta morta per overdose nel carcere di Sollicciano, quindi sotto custodia dello Stato.

Il Tribunale civile di Firenze ha condannato l'amministrazione penitenziaria a versare oltre 675 mila euro di risarcimento ai genitori, ai tre figli e ai due fratelli, assistiti dall'avvocato Gabriele Melani. La donna, 36 anni, è deceduta il 28 ottobre 2014 nel reparto femminile del carcere fiorentino dopo aver assunto una dose letale di eroina.

Pur riconoscendo "il comportamento colposo della vittima per aver volontariamente e coscientemente assunto la sostanza stupefacente - scrive il giudice Massimo Donnarumma nella sentenza - può ritenersi accertato come vi sia stata una condotta di tipo omissivo" da parte del carcere di Sollicciano "per non aver adottato misure idonee a controllare e evitare l'ingresso degli stupefacenti nella struttura carceraria".

Per il giudice, infatti, già mesi prima della morte della detenuta era nota all'amministrazione del carcere "la capillare e diffusa circolazione di sostanze stupefacenti all'interno di Sollicciano e nel reparto femminile". E a seguito delle "plurime segnalazioni" e dei "segnali d'allarme" i vertici del carcere avevano adottato dei provvedimenti che per il Tribunale però sono stati "del tutto inadeguati rispetto al fenomeno di capillare e continua circolazione della droga e come fosse possibile mettere in campo altri interventi per contrastarlo".

Interventi risolutivi che, dice il giudice, sono stati poi messi in atto soltanto dopo la morte della donna. "L'aver consentito l'ingresso capillare e costante della droga nella struttura - scrive il giudice - è sintomatico di un'evidente e grave carenza di sicurezza all'interno della struttura carceraria, oltre che sotto il profilo della tutela della salute dei detenuti tossicodipendenti, che hanno avuto plurime occasioni per procurarsi sostanze dannose e potenzialmente letali in un ambiente che dovrebbe essere protetto".

La sentenza della seconda sezione civile ripercorre le cause del decesso della detenuta sottolineando come "la tossicodipendenza conclamata" della donna fosse ben nota all'autorità penitenziaria. Dopo che gli erano stati revocati i domiciliari, proprio per l'uso di sostanze stupefacenti e per problemi con l'ex convivente, la donna sarebbe dovuta rimanere in carcere fino al 30 ottobre, data in cui il Tribunale avrebbe deciso se affidarla a un centro di recupero insieme alla figlia minore.

Ma è morta due giorni prima di quel giorno. Altre due ragazze, nei giorni precedenti e successivi al decesso, si erano sentite male proprio per sospette overdose. La sentenza descrive anche come avveniva lo spaccio nel reparto femminile di Sollicciano. cioè attraverso permessi premio o colloqui con i familiari e poi pagata tramite la spesa in carcere.

L'amministrazione si è difesa in Tribunale affermando di aver fatto tutto quanto in suo potere per impedire quella morte. In quei giorni furono fatti controlli delle urine alle detenute sospettate dello spaccio, furono intensificati controlli ordinari nei loro confronti e dei loro familiari e circa un mese prima ci fu un intervento delle unità cinofile nel carcere.

Ma per il giudice, considerata la "gravità della situazione" evidenziata anche nelle relazioni di servizio, doveva essere fatto di più. Il Tribunale, nello stabilire i risarcimenti ai familiari, ha anche tenuto conto del rapporto di parentela ma anche dei legami sentimentali. Ha escluso dai risarcimenti l'ex convivente, per l'assenza di una relazione stabile mentre li ha concessi al padre, alla madre, ai tre figli e ai due fratelli.

La Repubblica