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Glauco Giostra: nuove carceri? Meglio le misure alternative della riforma Orlando  

21/01/2019 


Ci sono idee nuove e vincenti. Ci sono idee nuove e perdenti. Ci sono idee vecchie e vincenti. Ci sono idee vecchie e perdenti. A quest'ultima categoria si deve ascrivere il proposito governativo di risolvere il sovraffollamento carcerario che in Italia nel 2018 ha toccato un nuovo record costruendo nuovi penitenziari per aumentare la ricettività (altra cosa sarebbe ristrutturare o sostituire gli esistenti).

La soluzione "edilizia" riaffiora puntualmente nella storia patria tutte le volte che non si hanno idee su come governare il complesso problema della repressione penale. Si potrebbe far sommessamente notare che percorrendo questa strada siamo andati incontro a scandalosi fallimenti. Peggio: quando si è riusciti ad erigere mura di nuovi penitenziari, queste sono risultate spesso impastate di reati non meno gravi di quelli commessi dai condannati destinati ad esservi reclusi. Si obbietterà, come sempre, che questa volta tutto sarà effettuato all'insegna dell'onestà e dell'efficienza. Ce lo auguriamo. Resterebbe tuttavia una pessima idea.

Un'idea destinata, nella migliore delle prospettive, ad essere realizzata tra molti anni, mentre condizioni degradanti, autolesionismi, suicidi appartengono alla quotidianità carceraria di oggi. Di fronte ad una situazione che umilia il Paese, non possiamo baloccarci con il wishful thinking di futuribili architetture. Un'idea comunque fortemente sconsigliata dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dal Consiglio d'Europa.

Quest'ultimo, dopo aver da tempo avvertito che "aumentare la capacità ricettiva significa aumentare senza vantaggio alcuno la domanda di carcere", di recente ha esortato a far ricorso alle misure alternative, ritenute "mezzi importanti per combattere la criminalità, per ridurre i danni che essa causa", evitando "gli effetti negativi della reclusione".

L'attuale maggioranza si sta muovendo nella direzione esattamente opposta. Ha amputato la recente riforma penitenziaria della parte che avrebbe consentito ai condannati un graduale e controllato percorso di reinserimento sociale, bollandola con l'indecente e mistificante definizione di "svuota carceri", che fa immaginare un meccanico sversamento di soggetti pericolosi nella società extra-muraria con gravi rischi per la collettività. Ma i fatti, a volerli ascoltare, parlano un diverso linguaggio e raccontano un'altra realtà.

Da quando, a seguito dell'umiliante condanna della Corte di Strasburgo per trattamento penitenziario inumano e degradante, abbiamo favorito il progressivo e anticipato reinserimento sociale dei condannati che hanno meritato fiducia, l'indice di criminalità è diminuito. Negli Stati Uniti, dove la politica Law and Order ha determinato un ampliamento a dismisura della recettività e della popolazione penitenziaria (fatte le debite proporzioni, noi dovremmo avere circa mezzo milione di detenuti in luogo degli attuali 60.000) l'indice di criminalità non è certo diminuito.

Secondo dati forniti dalle Nazioni Unite, negli Usa si registrano 4,88 omicidi ogni 10000 abitanti; in Italia 0,68. Se questi sono i dati, come si contrasta il trend di crescita della popolazione carceraria? Evitando l'ipertrofia delle sanzioni penali e favorendo il progressivo ritorno in società del condannato meritevole, risponderebbe il buon senso. Aumentando le pene e costruendo nuove carceri, risponde la politica. *Ordinario di Procedura penale all'università La Sapienza, ex membro del Csm e presidente della Commissione sulla Riforma penitenziaria.

La Repubblica